BURNOUT, per l’OMS è una sindrome del fenomeno lavorativo

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Ne parliamo con la psicologa-psicoterapeuta Enza Elefante

Quante volte abbiamo sentito parlare di stress da lavoro o da disoccupazione? Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il burnout è da oggi considerato ufficialmente una sindrome – non una malattia – ed è stato incluso nella nuova versione dell’undicesima International Classification of Diseases (Icd-11) e si riferisce solo ad un contesto lavorativo e non estesa anche ad altre area della vita. La decisione arriva dopo decenni di studi. Inizialmente l’agenzia speciale dell’ONU per la salute aveva lasciato intendere che si trattasse invece di una malattia dopo averlo inserito erroneamente per la prima vota nell’elenco delle malattie. Poi ha aggiustato il tiro e ha specificato che il burnout resta un fenomeno occupazionale (stress da lavoro) per il quale si può cercare una cura ma non è una condizione medica. L’OMS ha anche fornito direttive ai medici per diagnosticare tale condizione escludendo altri disturbi che presentano sintomi simili come il disturbo dell’adattamento, l’ansia o la depressione. Il primo ad occuparsi di burnout è stato lo psicologo Herbert Freudenberger con un articolo scientifico pubblicato nel 1974 dove parlava di una sindrome che si riferiva principalmente a professioni cosiddette di aiuto come quelle di infermieri e dottori ed estesa poi, più in generale, a persone chi si occupano di assistenza o che entrano continuamente in contatto con altre che vivono stati di disagio o sofferenza.

Cosa si intende per sindrome da stress da lavoro o da disoccupazione? Quali sono i sintomi ai quali prestare attenzione per una diagnosi certa? Quando rivolgersi ad uno specialista?

Per il Journal Italian Healthcare Word risponde la psicologa-psicoterapeuta Enza Elefante, specialista che fa parte della piattaforma IHW e che svolge la sua professione ad Amsterdam ed online.

dott.ssa Enza Elefante

Dott.ssa Elefante, che cos’è la sindrome da burnout?

Il termine burnout deriva dall’inglese e significa “bruciato”, “esaurito”. La sindrome da burnout è una sindrome clinica caratterizzata da un graduale esaurirsi delle risorse psicofisiche della persona che è esposta a eccessivi e duraturi eventi stressanti sul posto di lavoro e che li gestisce in modo non appropriato.

Quali sono i sintomi ai quali prestare attenzione per una diagnosi certa?

La sindrome di burnout può manifestarsi attraverso diversi sintomi. Tre sono attualmente considerati specifici:

  • esaurimento emotivo: la persona si sente tesa, priva di energie, svuotata e annullata dal proprio lavoro;
  • depersonalizzazione: il soggetto assume un atteggiamento freddo, cinico e distaccato nei confronti del lavoro e delle persone che incontra sul luogo di lavoro;
  • ridotta efficacia personale: la persona si percepisce inadeguata e sperimenta un calo del proprio senso di autostima e autoefficacia.

Inoltre, ci sono altri sintomi considerati aspecifici, ad esempio, a livello fisico, possono essere presenti disturbi del sonno, disturbi gastro-intestinali, perdita e/o aumento di peso, cefalea. Sul piano comportamentale si può riscontrare ritardo e assenteismo, isolamento, abuso di psicofarmaci, alcool o sostanze. Infine, a livello cognitivo-affettivo, può essere presente apatia, irritabilità, frustrazione, ridotta produttività, incapacità di concentrarsi, mancanza di entusiasmo, perdita di motivazione. Secondo l’OMS, per una diagnosi certa, devono essere presenti i tre sintomi specifici: senso di esaurimento o debolezza energetica; aumento dell’isolamento dal proprio lavoro con sentimenti di negativismo o cinismo e ridotta efficacia professionale.

Quando rivolgersi ad uno specialista?

Quando si ha il dubbio di sperimentare i sintomi e il malessere tipici della sindrome, si potrebbe effettuare una consulenza psicologica durante la quale il professionista valuterà la presenza o meno di burnout ed eventualmente indicherà il trattamento da effettuare.

In che modo viene trattata dallo specialista? Quali le azioni di prevenzione?

Solitamente i programmi attuati, siano essi preventivi o di cura, prevedono l’integrazione tra interventi rivolti alla persona e interventi rivolti al contesto lavorativo. I primi hanno l’obiettivo di rafforzare le risorse interne della persona, migliorando le sue capacità di gestire lo stress e di affrontare i problemi sul lavoro. A tal proposito possono essere utilizzate tecniche di rilassamento per ridurre l’attivazione fisiologica, tecniche basate sulla mindfulness per accrescere il grado di consapevolezza e accettazione dei propri pensieri, emozioni e comportamenti, tecniche come la ristrutturazione cognitiva o la gestione costruttiva del conflitto per rafforzare le abilità di coping cioè le abilità usate per fronteggiare gli eventi stressanti. Inoltre, è molto importante accrescere il supporto sociale da parte di colleghi. La persona può essere aiutata a migliorare le proprie abilità sociali attraverso il training di assertività e l’inserimento in gruppi di sostegno che favoriscano l’ascolto, il confronto e l’apprendimento di modi di agire più funzionali. Per quanto riguarda gli interventi rivolti al contesto lavorativo, questi hanno l’obiettivo di migliorare il clima sociale all’interno dell’organizzazione e di aumentare il senso di appartenenza, di autonomia e di partecipazione agli obiettivi comuni. Un tipo di intervento potrebbe essere l’utilizzo della ricompensa sociale ed economica.

Lei svolge la professione ad Amsterdam ed online. Da quanto tempo si è trasferita e perché ha scelto l’Olanda?

Mi sono trasferita da circa tre mesi. A mio marito è stato offerto un lavoro, così abbiamo deciso di trasferirci ad Amsterdam, città che amiamo e dove la qualità della vita è molto alta. Inoltre Amsterdam e in generale i Paesi Bassi offrono la possibilità alle persone meritevoli di crescere e di affermarsi dal punto di vista professionale. Svolgo la professione anche online tramite il programma Skype. Offro questo servizio a tutte le persone che non possono raggiungere fisicamente il mio studio e, in particolare, a tutti gli italiani che vivono all’estero e hanno difficoltà a trovare un professionista che parli la lingua italiana.

Qual è l’approccio con il paziente?

Con i miei pazienti fin da subito creo un rapporto terapeutico caratterizzato da empatia, validazione e accettazione. Cerco di farli sentire accolti, compresi e a proprio agio, creando uno spazio in cui poter condividere la propria sofferenza in assenza di giudizio. Come orientamento utilizzo quello cognitivo comportamentale, secondo il quale vi è una complessa relazione tra pensieri, emozioni e comportamenti e i problemi psicologici sono in gran parte il prodotto di credenze disfunzionali che si mantengono nel tempo. Attualmente la Terapia Cognitivo Comportamentale è considerata una delle più affidabili ed efficaci terapie psicologiche per la comprensione ed il trattamento dei problemi emotivi e comportamentali, vantando il maggior numero di evidenze scientifiche nel panorama nazionale e internazionale.

Che differenza c’è con l’Italia dal punto di vista professionale?

Ad Amsterdam ho notato che c’è una maggior attenzione al benessere psicologico, pertanto il numero di persone che chiedono aiuto al professionista è maggiore rispetto all’Italia. Per ciò che concerne la pratica clinica, ho notato un’elevata incidenza di problematiche legate al vivere all’estero, quali ad esempio la difficoltà a creare relazioni sociali stabili e ad adattarsi ad una diversa cultura e ambiente lavorativo.  

Ha seguito pazienti affetti dalla sindrome da stress da lavoro o da disoccupazione? Qual è la sua esperienza?

Si, molte persone che ho seguito erano affette da tali sindromi. Si tratta di problematiche molto comuni. Per quanto riguarda l’esperienza è stata positiva. Dopo la fase di assessment, durante la quale abbiamo valutato le caratteristiche di personalità e il quadro sintomatologico, abbiamo effettuato un percorso psicoterapeutico orientato alla riduzione del livello di stress e al trattamento dei fattori soggettivi che hanno inciso nell’insorgenza e nel mantenimento del problema, con risultati molto positivi.

Quali sono i suoi consigli?

Il burnout può essere paragonato a un virus, in quanto agisce in modo invisibile, penetrante e continuo e, in assenza di un intervento qualificato, può determinare gravi conseguenze. Pertanto, se si ha il dubbio di sperimentare i sintomi tipici della sindrome il mio consiglio è di chiedere aiuto a uno specialista.


La psicologa Enza Elefante fa parte del Network Italian Healthcare World, la prima piattaforma dedicata ai medici e professionisti sanitari italiani residenti all’estero. Il suo profilo è consultabile nella nostra utilissima WebApp.

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